ALBERTO MENEGHETTI. IN UN ISTANTE

Il lavoro pittorico di Alberto Meneghetti è come un viaggio condotto sulle tracce dell’immagine. Delineando questo paragone, mi pongo l’obiettivo di cogliere da un lato i procedimenti che lo caratterizzano, dall’altro le motivazioni, le inclinazioni, le curiosità che ne costituiscono le premesse. Le tele prodotte dall’artista, in particolare quelle che mostrano una significativa densità di figurazioni, appaiono quale esito di un’indagine errante che ha riguardato i diversi modi, e gli innumerevoli luoghi, in cui le immagini si manifestano nel nostro presente. L’arte pittorica e quella fotografica; la comunicazione pubblicitaria, il graffitismo urbano; l’animazione, il fumetto. Nemmeno questo elenco è sufficiente a esaurire gli ambiti visivi nei quali si producono le sue operazioni di prelievo. Tali interventi sono finalizzati alla costruzione di un ampio repertorio d’immagini del quale fanno inoltre parte elementi simbolici e figurativi da lui direttamente ideati. Tra le entità visive create ex novo e quelle oggetto di appropriazione non è possibile tuttavia stabilire una separazione netta, poiché le seconde vengono comunque riformulate dal suo pensiero, ‘riscritte’ dal suo gesto. Di conseguenza, il loro scopo e il loro significato originari risultano mutati, quando non rovesciati: si assuma, quale esempio, il diverso senso narrativo conferito all’immagine pubblicitaria dei flaconi di Chanel n.5, protagonisti solitari di un recente ciclo di lavori contrassegnati da un distinto nitore compositivo. La considerazione riservata dall’artista al valore della manualità, quindi dell’artigianalità esecutiva, rappresenta uno scarto significativo rispetto a quelle esperienze creative che potrebbero essere immediatamente accostate al suo lavoro, e dalle quali questo potrebbe in effetti aver preso le mosse. Accanto alle sue affinità estetiche con il fenomeno, tanto diramato da non potersi dire ancora esaurito, della Pop Art, o con quello storicamente più circoscritto della Mec-Art, l’opera di Meneghetti manifesta infatti la sua specificità, che va individuata innanzitutto nella sua esigenza di corrispondere alla dimensione umana e dunque originaria del fare artistico. Un aspetto, questo, che si collega alla volontà di offrire sempre un’interpretazione del paesaggio dell’immagine contemporanea, piuttosto che presentarne una, pur fantasiosa, riproposizione. Almeno su di un piano concettuale, le ‘parentele’ più strette del suo lavoro possono essere secondo me individuate con l’opera di Robert Rauschernberg, molto amato dall’artista, ma anche e forse soprattutto con i décollage di Mimmo Rotella e Jacques Villeglé. Anche in quel caso, il destino effimero delle immagini funzionali alla comunicazione di massa trovava una sorta di riscatto nei gesti, di natura prettamente artistica, usati per ricostruirle e riformularle. Lo strappo, Il rimaneggiamento, la sovrapposizione di manifesti pubblicitari e cinematografici erano le pratiche attraverso cui nascevano i loro lavori. Nell’atto di usarle, gli artisti citati perseguivano obiettivi tematici credo non diversi da quelli di Meneghetti; ovvero, rappresentare la pervasività delle immagini di destinazione popolare nella società dei consumi, nonché richiamare la loro continua stratificazione nell’immaginario collettivo. Il tentativo di Rotella e Villeglé era dunque quello di dare vita a una sorta di archeologia del presente: un proposito che avverto non estraneo all’autore a cui dedico queste righe. Nel suo lavoro però l’appropriazione iconografica, e così la stratificazione degli elementi compositivi, non ha carattere oggettuale, poiché tali operazioni avvengono attraverso gli strumenti del segno e della pittura; forse anche per questo, l’operare di Meneghetti intrattiene un rapporto con la sfera del Tempo che merita di essere ulteriormente tematizzato.
Le immagini che occupano le superfici delle sue tele, colte in momenti e luoghi diversi, vengono poi racchiuse non solo in uno stesso perimetro ma, in termini  ideali, in un solo istante: un istante denso, profondo, solo in apparenza caotico, capace di assorbire il tempo così come lo spazio. Come in un movimento respiratorio o muscolare, a questa contrazione segue poi una decontrazione o un rilassamento, pertinente all’atto di lettura dell’opera da parte dell’osservatore. Per la loro concentrazione di figurazioni, nonché per il  disporsi di queste su diversi piani – con effetti dunque di vicinanza/lontananza delle unità iconografiche dal nostro sguardo – le opere dell’artista richiedono una fruizione dai tempi lunghi, che si trasforma in una scoperta graduale di ogni dettaglio. Un fenomeno a cui ho potuto assistere recentemente, quando cioè ho visitato un’esposizione collettiva nella quale Meneghetti esponeva un  suo lavoro: di fronte ad esso, il tempo di sosta dei visitatori sembrava dilatarsi rispetto a quello riservato a dipinti pur meritevoli di pari considerazione. Potrei spingermi a riconoscere, almeno  nella maggior parte delle sue composizioni, un protagonista, corrispondente all’unità iconografica che per prima cattura la nostra attenzione; poi diversi comprimari, qualche comparsa, alcune suggestioni ambientali, elementi grafici, messaggi scritti o frammenti di questi. Come se un intero racconto cinematografico, girato su una tradizionale pellicola analogica, si fosse riversato in un solo fotogramma.
Non so se sono nel giusto, ma non voglio resistere alla tentazione di immaginare che questa storia “collassata” su se stessa abbia qualcosa a che fare con l’inscriversi dell’esistenza umana nello spazio sempre più compresso disegnato dal tempo presente. Forse, le opere di Meneghetti contengono una sorta di suggerimento per noi che le osserviamo: quello di ridistendere la sceneggiatura arrotolata delle nostra vita, per riuscire di nuovo a leggerla; quello di riprenderci il Tempo.

                                                                                                    Nicola Galvan
"A lifetime’s tale, distilled into a single moment."
ALBERTO MENEGHETTI: IN A SINGLE MOMENT

The pictorial oeuvre of Alberto Meneghetti unfolds like a journey traced along the vestiges of the image. In drawing this parallel, my aim is to grasp, on one hand, the processes that define it, and on the other, the motivations, inclinations, and curiosities that form its very foundation. Meneghetti’s canvases—particularly those characterized by a dense layering of figures—appear as the result of a wandering inquiry into the diverse modes and innumerable locales where images manifest in our contemporary world. Painting and photography; advertising and urban graffiti; animation and comic strips. Even such a list fails to exhaust the visual realms from which he draws his material. These interventions are directed toward the construction of a vast iconographic repertoire, which also includes symbolic and figurative elements of his own creation. Yet, it is impossible to draw a sharp line between these newly forged visual entities and those he appropriates; the latter are invariably reformulated by his thought, ‘rewritten’ by his gesture. Consequently, their original purpose and meaning are altered, if not entirely inverted: consider, for instance, the shifted narrative sense bestowed upon the advertising imagery of Chanel No. 5 bottles—the solitary protagonists of a recent cycle of works marked by a distinct compositional clarity. The artist’s reverence for manual skill—for the craftsmanship of execution—represents a significant departure from those creative experiences that might, at first glance, be associated with his work, and from which he may indeed have taken his cue. Alongside aesthetic affinities with the sprawling phenomenon of Pop Art, or the more historically circumscribed Mec-Art, Meneghetti’s work asserts its specificity. This uniqueness is found primarily in his need to align with the human—and thus primordial—dimension of artistic creation. It is an aspect rooted in the desire to always offer an interpretation of the contemporary visual landscape, rather than a mere, however imaginative, re-presentation. At least on a conceptual level, I believe the closest ‘kinships’ to his work can be found in the art of Robert Rauschenberg—dearly admired by the artist—but also, and perhaps above all, in the décollages of Mimmo Rotella and Jacques Villeglé. In those instances, too, the ephemeral destiny of images serving mass communication found a form of redemption through purely artistic gestures used to reconstruct and reformulate them. Tearing, reworking, and the layering of advertising and cinema posters were the practices through which their works were born. In the act of employing them, these artists pursued thematic goals not unlike those of Meneghetti: to represent the pervasiveness of popular imagery in consumer society, and to evoke its continuous stratification within the collective imagination. Rotella and Villeglé sought to breathe life into a kind of "archaeology of the present"—a purpose I find deeply resonant in the author to whom I dedicate these lines. In his work, however, iconographic appropriation and the stratification of compositional elements do not take on an "object-based" character. Instead, these operations occur through the tools of the sign and of painting; perhaps for this reason, Meneghetti’s practice maintains a relationship with the sphere of Time that merits further contemplation. The images that occupy the surfaces of his canvases, gathered from different moments and places, are enclosed not only within the same perimeter but, in ideal terms, within a single instant: a dense, profound moment, only seemingly chaotic, capable of absorbing time as much as space. Like a respiratory or muscular movement, this contraction is followed by a release or relaxation, belonging to the observer’s act of reading the work. Due to their concentration of figures and their arrangement across multiple planes—creating effects of proximity and distance between the iconographic units and our gaze—the artist’s works demand a "slow" fruition, transforming into a gradual discovery of every detail. I witnessed this phenomenon recently during a group exhibition where Meneghetti was showing a work: before it, the visitors’ lingering time seemed to expand compared to the time reserved for paintings otherwise deserving of equal consideration. I might go so far as to recognize, in most of his compositions, a protagonist—the iconographic unit that first captures our attention—followed by various supporting actors, a few extras, environmental suggestions, graphic elements, or fragments of written messages. It is as if an entire cinematic narrative, filmed on traditional analog stock, had been collapsed into a single frame. I do not know if I am correct, but I cannot resist the temptation to imagine that this story, "collapsed" upon itself, has something to do with the inscribing of human existence within the increasingly compressed space drawn by the present time. Perhaps Meneghetti’s works contain a suggestion for those of us who observe them: to unroll the coiled screenplay of our lives, to find the strength to read it once more; to reclaim our Time.

                                                                                                                         Nicola Galvan
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